Fondazione dell’Ordine degli architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Milano

Iscriviti alla newsletter

/in primo piano

/archivio notizie

Serate di Architettura

Dell'Architettura Razionale
25/06/2013

Martedì 11 giugno si è svolta in sede la presentazione del libro del collettivo Baukuh dedicato alla ‘costruzione logica dell’architettura di Giorgio Grassi e ‘l’architettura della città’ di Aldo Rossi. I testi oggetto dei due saggi proposti: Le promesse non mantenute di “L´architettura della città” e Affinità / divergenze fra il compagno Grassi e noi. Del conseguimento della maggiore età.
Ne hanno discusso con Pier Paolo Tamburelli, portavoce del gruppo, Marco Biraghi, Giovanni La Varra e Matteo Poli, coordinati da Franco Raggi.
Assente della serata purtroppo Vittorio Gregotti, che con il suo  “Territorio dell’Architettura”  del ’66 segnava l’altro fondamentale testo che ha segnato l’identità dell’architettura italiana e soprattutto milanese del secondo ‘900. 
Di seguito un resoconto e qui i video della serata

Nell’idea di Franco Raggi i libri di libri, di teoria insomma, sono un po’ in estinzione. Figurarsi poi un libro scritto da un collettivo. I due libri oggetto del saggio in particolare hanno segnato l’inizio di una parabola, che vede nell’autoreferenzialità dell’architettura la sua identità più forte. Quale scuola hanno generato questi libri antimoderni, in controtendenza rispetto all’internazionalismo modernista di quegli anni?
Una lettura critica e non esegetica, puntuale e non puntigliosa. Ma perchè non un libro di teoria, piuttosto che occuparsi di due libri di mezzo secolo fa?

Pier Paolo Tamburelli cerca di rispondere a tutto e tutti. Lo studio Baukuh è composto da 6 persone. Il saggio su Grassi, il più importante, è stato scritto in 2 o 3 anni, attraverso la discussione in studio in una sequenza di riunioni anche surreali, a volte penose, il cui verbale è stato redatto da lui, poi corretto dagli altri e ricucito da lui.
Quello su Rossi invece, afferma, è stato più facile, poiché commissionato dallo IUAV e l’esito della discussione è stato da lui riassunto e corretto. Un processo dunque molto semplice e pragmatico, condiviso come avviene per qualunque documento collettivo.
Come ha detto Raggi, si tratta di due testi antimoderni, che in modo diverso –Grassi chiuso sulla disciplina, Rossi come intellettuale pubblico – si immaginano qualcosa di realmente moderno nel solco della storia dell’illuminismo ‘700, liberalismo e capitalismo. Il cui limite sta nell’affermazione ‘Non siamo mai stati moderni’, come insegna Bruno Latour.
Ma non si tratta di due libri così autoreferenziali.

Franco Raggi ricorda che nel libro non si parla della pratica progettuale e costruttiva.

Matteo Poli mette in guardia nei confronti di un utilizzo strumentale del testo, soprattutto da parte degli studenti. L’impressione è che si renda cioè accessibile, anche criticamente, l’opera di Grassi e Rossi, costruendo una metodologia possibile. Mette insomma in guardia dal fatto che nel nome della grazia e della bellezza è consentita la copia. Ma di cui si è spesso abusato. Il luogo è diventato sanatoria per ogni cosa. Un discorso che Rem Koolhaas ha ben capito, ma che nei confronti degli studenti chi scrive ha una responsabilità.
Arduino Cantafora,  racconta come la fine della ‘Tendenza’ è databile all’inizio del ’70.

Pier Paolo Tamburelli descrive il progetto di proselitismo di Aldo Rossi distante da quello degli autori.  I seguaci dementi della Tendenza, afferma, sono responsabili per sé
Ritiene che Aldo Rossi abbia scelto sempre all’interno di figure ideologiche.
Sul fatto che il luogo sia una soluzione per gli studenti, non ha messaggi da dare. È chiaro invece che Rossi nel momento in cui incomincia a parlare di Boullée esprime un giudizio sulla città che, insieme al rimescolamento autobiografico, sancisce, a suo avviso, la triste vicenda della seconda parte della sua vita. Una presa di posizione teorica sbagliata, carica di simbolismo, dove lo scarto tra vita e architettura diventa incolmabile.
‘Bernini aveva ragione su Perrault, da conservatore che allora era, oggi può vantare una posizione avanzata’, afferma riferendosi probabilmente alla annosa querelle tra antichi e moderni sviluppatasi alla fine del ‘600.

Franco Raggi aggiunge la sua testimonianza riguardo la fine della ‘tendenza’, proponendo tale data coincidere con la XV Triennale del 1973 curata da Aldo Rossi, dove invita diversi personaggi ‘blasfemi’ per il gruppo, Archizoom e Ettore Sottass.
Non è innocente il proselitismo se genera mimesi. Ricorda come Grassi e Rossi fossero entrambi allievi di Rogers, il cui impegno civile contrastava con l’autonomia dell’architettura. Infine come Rossi rappresenti il realismo metafisico e Grassi il minimalismo depurato dal piacere della forma. Entrambi non ebbero contatti con le avanguardie dell’epoca, ma anzi si chiusero nel loro mondo autoreferenziale.

Giovanni La Varra propone di usare le opere di questi ingombranti autori per parlare dell’oggi. In questo senso Baukuh è uno studio che scrive un libro di libri di architettura per delineare una teoria per la prassi. Possono esservi dunque errori storico critici, ma non è il loro obbiettivo.
Si tratta di libri scritti prima di costruire da parte di tutti gli autori coinvolti. Un'insidia che può far prendere la mano. A Grassi didascalico, oscuro, così come Rossi sentimentale e scaltro, o spensierato come diceva Giancarlo De Carlo. Una schizofrenia che si ritrova nella loro architettura.
Allora anche il lavoro di Baukuh, scaltro e rigoroso.

Tamburelli condivide. Sottolinea come non ci si debba vergognare della condizione in cui ci si trova ad agire, la condizione è un dato che vale per tutti, rispetto cui ognuno si deve assumere le proprie responsabilità. Si tratta di libri precedenti alla catastrofe del ’68, afferma, un contesto intimista, in cui Rossi era intellettuale aperto e comunista.

Marco Biraghi sottolinea la necessità di tornare a ragionare sulla teoria, un fatto che accade quando la produzione si azzera, come anche Pier Vittorio Aureli conferma. Un tentativo isolato di ragionare di teoria, nel momento in cui l’architetto insegue un mercato che non esiste più: è vero che si scrive quando si ha tempo, ma non solo.
Baukuh disinnesca il testo, lo smonta pur non sapendo bene cosa cerca, le falle di sistema, ma non per dire che erano degli imbecilli, quanto come i più grassiani per ritrovare una teoria attuale. Non come i Grassologi.
Un tentativo di sottrarre i testi sacri agli adepti, tentando di farne emergere coerenze e sistematica.
Due questioni: del determinismo di Grassi scova le sue incoerenze, mentre di Rossi sostengono come lungo la via abbia preso il bivio sbagliato. Un bivio cui Tamburelli propone di ritornare.
Insomma, una operazione che rimette in circolazione le tracce per tornare sui passi percorsi e ritrovare i sentieri interrotti. Sono loro i veri grassiani, che si alimentano della teoria.

Tamburelli ritorna sulla questione della teoria: una necessità concreta per prendere decisioni nella pratica. Così come se esistesse una teoria della panificazione, potrebbe ridursi a prima impasti e poi inforni. Inconfutabile.
Facciamo gli architetti per scelta e non per frustrazione, una pratica umile, senza compiere nessuna ritirata in un mondo aulico –come ha fatto Grassi. Le finestre quadrate (di Grassi)  o il disinteresse nei confronti del committente (di Rossi) sono degli errori.
Come  Šklovskij smonta il don Chisciotte definendolo pezzi di materiale eterogeneo ed estraneo tra loro, lo stesso loro hanno fatto con questi due libri, tenendone quanto è vivo, come nella copia, qualcosa che tutti possono usare, un esercizio insomma che giustifica la prassi.

Franco Raggi richiama un esempio della prassi –i colori di un progetto- per sottolineare come la teoria dia una via di fuga, una vaga ragione delle proprie scelte.

Enrico Molteni dal pubblico ribadisce come spesso la teoria non sia indispensabile a priori, pur essendo un buon aiuto, dopo.

Tamburelli la considera un modo per lavorare in gruppo, e il saggio su Grassi serviva proprio a capire come potevamo andare d’accordo.
Che significa formulare giudizi riguardo casi disponibili, ovvero nella storia dell’architettura. Cerchiamo di andare d’accordo sulla base della storia. Anche materiale, che è quanto esiste, non dei libri.

Francesco de Agostini

Condividi