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Serate di Architettura

La Pietà ... è partita
05/12/2012

Vi proponiamo il resoconto dell'animato incontro svoltosi nella nostra sede di via Solferino di lunedì 3 dicembre, dedicato alla proposta della giunta di spostare la collocazione della Pietà Rondanini dal percorso museale del Castello Sforzesco, celeberrima opera dei BBPR.
Per aggiornare il dibattito, vi proponiamo l'articolo apparso sul Corriere Milano il 12 Dicambre 12, che raccoglie le prime impressioni dedicate alla temporanea collocazione della Pietà Michelangiolesca all'interno del carcere di San Vittore.

Daniela Volpi nell’introdurre la serata informa il folto uditorio che con la recente delibera della Giunta Comunale n. 2.400 si è inteso dar seguito a nuove proposte per la  rivalutazione del patrimonio del Castello Sforzesco, incentivandone soprattutto l’accessibilità, grazie ad un finanziamento della fondazione Cariplo.
L’originario impianto di allestimento del sistema museale del Castello, opera degli architetti Belgioioso Peressutti e Rogers iniziata nel ’52, ha avuto nel tempo numerose manomissioni, a confondere la nitidezza di intenzioni e obiettivi che essi misero in campo.
Già nel 1999, di concerto con l’assessore Carrubba e con la direttrice centrale della cultura e Musei Alessandra Mottola Molfino, venne proposto attraverso l’allora direttore di Domus François Burckhardt di organizzare un workshop cui furono invitati Eric Miralles, Hans Hollein, Gabetti e Isola, Umberto Riva Alvaro Siza, a seguito del quale venne dato incarico a quest’ultimo, poi però abbandonato definitivamente nel 2004. Come scriveva Maria Pia Belski nel saggio “dalla parte dell’Arte” , “il suo progetto è stato accantonato, forse definitivamente, perché - nell’ordine - distruggeva un intervento dei BBPR (benché all’epoca denigrato), impediva la lettura emotiva dell’opera michelangiolesca voluta dagli architetti, negava, di fatto, la peculiarità dell’arte scultorea (poter essere goduta in tutte le dimensioni) e, infine, distruggeva un arco di storia museologica e museografica di gran significato”.
La discussione appare oggi di nuovo aperta, sia riguardo il problema museografico che più in generale della questione della conservazione del moderno.

 

Vito Redaelli, consigliere e coordinatore della serata, nell’introdurre gli ospiti sottolinea le attività che l’Ordine esercita da anni a favore della divulgazione del moderno attraverso diverse iniziative, prima tra tutte gli Itinerari del ‘900, alcuni importanti seminari dedicati alle trasformazioni del patrimonio moderno e il recente accordo con la direzione Regionale ai beni culturali.

L’assessore, architetto Stefano Boeri, estensore della proposta di Giunta, premette il suo intervento sottolineando la non limpida identità museografica del Castello, così come lo spazio eccentrico costituito da archivi, collezioni e scuole non tutte coerenti tra loro, ponendo in oblio alcune centralità che per molti versi il Castello incarna, quali Leonardo e Bramantino.
Proprio la mostra di quest’anno curata da Giovanni Agosti sul Bramantino nella sala del Trono viene considerata dall'assessore fondamentale memoria per il futuro approccio, insieme ai resturi nella sala  dell’Asse che con qualche probabilità permetteranno di far emergere qualche traccia dell’orginale leonardesco. Questi esempi ci invitano infatti a valorizzare più in generale, anche attraverso  l’utilizzo del Codice Trivulziano, il Castello in direzione di un polo leonardesco. Ma, tranquillizza, si tratta di un ragionamento sull'identità del Castello comunque ancora aperto, di cui quello di questa sera è da considerarsi un tassello importante.

Stefano Boeri si dichiara sin da subito un grande estimatore dell’allestimento dei BBPR, e procede a presentare una esaltante sequenza di immmagini fotografiche che rappresentano i lavori compiuti nella sala Scarlioni a partire dal secolo scorso, ottenute dall’archivio della Civica Raccolta di Stampe Bertarelli.
Un rarefarsi nel tempo, dai primi del '900 a subito dopo la guerra, degli oggetti presenti nella sala, molto probabilmente ad opera dell’allora conservatore Costantino Baroni, fino cioè alla proposta dei BBPR di contribuire all’allestimento del Museo, più o meno contemporanea all’acquisto della Pietà Michelangiolesca da parte del Comune.
In un primo momento pare che la soprintendenza volesse collocarla in luogo sacro, che non permettesse confusioni interpretative dell’opera con un arredo, ma alla fine Sindaco e Assessore la vollero a chiusura del percorso museale del Castello.

Mostra alcune immagini tratte da un album di disegni di lavoro dello studio BBPR per gli allestimenti, ma sorattutto le immagini dei “modelli” al vero delle diverse ipotesi che si sono susseguite per la sala.
Da una prima ipotesi di soppalcatura, una successiva con suddivisione in tre spazi, fino alla proposta di scavo per posizionare la Pietà ad una diversa quota, e conseguente demolizione della volta. Scelte, sottolinea Boeri,  di una radicalità estrema, esercitate con un continuo test al vero a sondare lo spazio, opportunità che oggi ci sognamo.
Infine alcune immagini delle ipotesi dei primi rudimentali paramenti e  le prove con il calco in gesso, in cui si può vedere che è stato rimosso l’originario camino, murata una porta, e modificato lo sguincio della muratura che incornicia la grande finestra.
Un procedere empirico e insieme una astrazione spaziale straordinaria.

Tuttavia quello che vediamo oggi, sottolinea Boeri, non è l’originario progetto. Il corrimano in mezzo alle gradinate, l’assieparsi sulla parete esterna di numerose opere del Bambaia, originariamente invece spoglia e concentrata sul percorso ‘annunciato’ verso la pietà, ne modficano fortemente la percezione complessiva.
Oggi sicuramente gli apparati critici, l’approfondimento di opere come quelle di Rodin o Medardo Rosso ci hanno dato una sensibilità interpretativa diversa, così come la storia che si è succeduta, Henry Moore (magistrale la sua lettura dell’opera) , l’astrattismo e il concettuale, ci permettono di utilizzare termini distintivi certo non disponibili nel periodo del dopoguerra, aspetti fondamentali così come quelli del palinsesto dell’allestimento dell’opera.
Anche Salvatore Settis ha recentemente argomentato in questo senso, ci ricorda Boeri, sottolineando il coraggio dell’amministrazione di oggi, non minore di quella del ’54 che assecondò i tracciati dei BBPR.

Conclude questo excursus critico richiamando due valori che considera necessari per la lettura dell’opera: la possibilità di potervi girare attorno a 360 gradi, e il poterla ammirare anche ad una adeguata distanza.
Infine, aromento non ultimo sotto l’aspetto culturale, la non facile accessibilità dell’opera, oggi interdetta a chi è limitato nella mobilità. Assurdo che un opera assoluta sia inaccessibile ad alcuni.

In questi mesi di lavoro sul tema è incappato in un luogo che gli ha permesso di cambiare visione: il ritrovamento “intatto”, ovvero senza manomissioni, di una delle 2 ali dell’ex infermeria spagnola della fine del ‘500, risalente cioè al tempo della peste di San Carlo. Uno spazio abitato nel corso dei secoli in modi molto diversi, oggetto di consolidamento nel radicale restauro del Beltrami, ma senza alcun intervento interno.
In esso è stato trasportato il calco della Pietà appartenente all’Accademia di Brera, permettendo così di cogliere le nuove potenzialità di questo spazio.

Conclude ricordando che quella sviluppata fino ad ora non vuole essere una riflessione compiuta, rimangono molti aspetti e questioni ancora aperte: che fare della sala Scarloni? La si dedica al Bambaia? Con lo stesso allestimento dei BBPR? E quale nuovo allestimento? E poi perchè non pensare ad un ala del Museo interamente dedicata alla Pietà? Insomma una cosa che vuole essere di grande importanza per la città.

Carlo Bertelli, storico dell'arte e Soprintendente a Milano dal ’78 all’84, sottolinea quanto l’opera sia delicata, e quindi azzardato sarebbe portarla in giro.
Ricorda poi la personale emozione dell’allestimento BBPR, il discendere che prepara all’incontro ma con presente attesa. È vero, le ringhiere sono degne di un condominio, e il problema venne affrontato anche da lui, con Gae Aulenti, in particolare su come qualificare l’opera del Bambaia.
A suo avviso deve essere salvato Michelangelo come passaggio finale del percorso museale, un addio memorabile che forse può passare anche attraverso altre invenzioni architettoniche. 

Il professor Augusto Rossari la prende da lontano, descrivendo la felice stagione della museografia italiana a cavallo degli anni ‘50 e ’60. Un momento in cui i musei si sono trasformati in momento di conoscenza diffusa, in cui dominava l’allenza tra conservatori e architetti, come fu per Baroni e i BBPR, o Manganeto con Scarpa.
La storia del Museo interno tipicamente italiano, ovvero una invenzione all’interno di edifici storici, in cui alla maestria e flessibilità dell’allestimento si accompagna, come afferma Rogers, il carattere popolare e didascalico dell'esposizione.
Anche la proposta di Alvaro Siza, pur riconoscendolo un grande architetto, non sembra cogliere la necessità di un luogo raccolto, quale potrebbe essere un abside o una cappella.
Sottolinea il valore etico della rappresentazione del dolore che è anche, afferma, un tributo alla storia del gruppo BBPR, che perse Banfi a Mauthausen, e da cui Belgioioso ritornò per miracolo; un simbolo della Shoah, insomma.
Questi, conclude, i contenuti di un documento scritto con Matilde Baffa e Silvano Tintori, che chiede di fare chiarezza riguardo l’intero impianto, affinchè possa rimanere un progetto unitario.

Salvatore Carrubba, ex assessore alla cultura nelle due Giunte Albertini, ringrazia Boeri per aver collocato il problema della Pietà nel quadro più ampio del Castello. Ricorda quanto già accennato da Bertelli riguardo il tentativo di sistematizzazione compiuto su proposta di Assolombarda da Gae Aulenti nel ’98, e del grande lavoro della dottoressa Fiorio che contribuì alla rinascita del Castello come Museo della Città.
Ricorda come allora la sala dell’ospedale fosse satura di uffici comunali, e di come dopo essere faticosamente riusciti a svuotarla sarebbe dovuta diventare la caffetteria del museo.
Il tema della Pietà si pose allora un po’ per le stesse ragioni di oggi: il numero di utenze cui era legato alla nascita questo allestimento erano di molto minori a quelle odierne, e soprattutto da quelle che auspichiamo per il futuro.
Venne posto senza posizioni preconcette, dimostrando anzi il rispetto per l’allestimento BBPR eliminando tutta l’illuminazione spuria che negli anni si era accumulata, e ricostruendo le lampade originali grazie a AEM, che ne pagò i costi.
Il workshop con i 5 architetti del 1999 già ricordato in apertura dal presidente -una collaborazione, afferma, tra Comune, Ordine degli Architetti e l’allora direttore di Domus François Burckhardt- si chiuse con un confronto finale con Vittorio Gregotti, Gae Aulenti, Arnaldo Pomodoro e Emilio Tadini, da cui emerse la soluzione proposta da Alvaro Siza.

Non se ne fece poi più nulla, un po’ perchè Vittorio Sgarbi, allora sottosegretario alla cultura intervenne perchè non se ne facesse nulla; un po’ perchè la Soprintendenza milanese allora non prese atto del tema.
Condivide la posizione di Bertelli a che non si faccia della Pietà un pezzo unico ma un passaggio che rappresenti la naturale conclusione del percorso museale. Concorda anche riguardo alla forse eccessiva dimensione dello spazio dell’ex Ospedale. Auspica insomma che non vada tradita la tradizione del museo complessivo, al di là dell’allestimento BBPR.

Michele De Lucchi molto limpidamente vede il problema nel capire se il valore che l’opera ha oggi è quello affermato nella collocazione odierna, o se si vuole dare una visibilità superiore. Da parte sua è sicuro che l’opera di Michelangelo più contemporanea meriti ogni tipo di investimento.

Dal pubblico Vittorio Sgarbi tiene a ricordare che a Firenze a vedere Michelangelo vanno ogni anno 1.200.000 visitatori, pur anche se all’Accademia accanto si recano ‘solo’ in 400.000. Per questo qualcuno aveva proposto di portare il David alla fortezza Belvedere: uno scempio.
Lo stesso scempio, afferma con enfasi, che si perpetuerebbe portando Michelangelo fuori dal Castello, che è il museo della città. Se i visitatori sono oggi 350.000, basta che vengano contingentati.
Milano nel mondo non è Michelangelo o Leonardo, è l’Architettura Moderna del ‘900.
Eliminare poi il Bambaia dal percorso, come vorrebbe Agosti, sarebbe poi un doppio delitto. Oggi l’allestimento BBPR non ha 49 anni (come nel 2001, quando si sarebbe dovuti procedere con Siza) ma quasi 60, e ci si può appellare al vincolo.
Piuttosto impegnamo le risorse –se ci sono- nel museo del ‘700 a palazzo Clerici. Figuriamoci, afferma con consueta foga televisiva, se la ragione a perpetuare un tale tradimento della cultura possa essere in nome di un milione di giapponesi...

Dal pubblico un altro intervento, a favore dell’allestimento attuale, dello stupimento del fruitore alla scoperta finale della Pietà: una memoria più viva e rappresentativa della madonnina...

Jacopo Gardella si schiera naturalmente con Rossari e Sgarbi, al punto da richiamare gli spiriti di Rogers, che immagina entrare pipa in bocca e partecipare al dibattito.

Giancarlo Consonni ricorda quanto poco ci si sia spesi per un altro scempio della memoria moderna, ovvero la chiusura della piazza coperta dell’edificio BBPR di corso Vittorio Emanuele, a favore di una bieca speculazione commerciale.

Lo spazio da dedicare alla Pietà, pur con gli esperimenti fatti e descritti da Boeri, a suo avviso deve essere di concentrazione, compressione e preparazione, un energia che nemmeno Siza nella sua proposta sembra aver capito.
Lo spazio prospettato da Boeri appare invece pieno di combattimenti, non adatti alle caratteristiche sopra elencate.
L’allestimento di oggi è come uno spazio religioso della città, un nucleo in questi termini intoccabile.
Riguardo infine la proposta di spostamento a San Vittore durante i lavori, con jato sempre crescente invita piuttosto a portarla a New York per fare un mucchio di soldi e finalmente ristrutturare San Vittore, che non è certo luogo di spettacolo.

Vittorio Sgarbi non sa trattenersi, si sà, e coglie il destro nelle sue parole per inveire contro la giunta: “la Pietà non è ostaggio delle vostre visioni di redenzione”.

Conclude doverosamente, forse un po’ riluttante Stefano Boeri, consapevole che vada compiuto un percorso 'con passo graduale e di consenso senza accellerazioni', che questa platea ben rappresenta una scelta di confronto, tra cui sa distinguere le evidenti ‘espressioni semplicistiche e laterali’ da quelle propositive.

Tre punti: la qualità dello spazio dell’ex Ospedale spagnolo va esperita, e invita tutti a farlo, poichè concorda con le osservazioni fatte da Consonni, ma che vanno affrontate progettualmente.
Concorda poi riguardo il fatto che la soluzione debba essere integrata, e però fa notare come in questa logica sia percepibile la discontinuità e separazione dell’allestimento BBPR.
Terzo punto infine sottolinea come il Bambaia vada sicuramente rafforzato nella sua straordinaria importanza fino ad oggi sottovalutata storiograficamente.

Durante il rinfresco, mi chiedo se non sia proprio ora di andare a dormire dopo aver visto coi miei occhi Vittorio Sgarbi ringraziare Giancarlo Consonni per il suo intervento.

Francesco de Agostini

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Progetto di Alvaro Siza, 2001 Progetto dello studio BBPR. Da Città, museo, architettura, 1973