Fondazione dell’Ordine degli architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Milano

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Biblioteca degli Architetti

Per una nuova metodologia dello sguardo
03/12/2012

Giovedì 29 Novembre presso la Sala della Biblioteca dell'Ordine si è svolta la presentazione del libro di Pierluigi Nicolin “La verità in architettura. Il pensiero di un'altra modernità, co-edito da Quodlibet e Abitare. Presenti al tavolo dei relatori, oltre all'autore, Manuel Orazi e Cino Zucchi, assieme a Paolo Mazzoleni nel ruolo di moderatore del dibattito.

Il libro – come evidenzia Paolo Mazzoleni nella sua introduzione – è costituito da una raccolta di saggi e si contraddistingue per una notevole densità concettuale. Con una sapiente quanto disinvolta “schizofrenia” si passa dalla filosofia di Aristotele all'analisi delle opere dei grandi architetti contemporanei: impossibile citare tutti i temi introdotti, dalla “sprezzatura” (citando Baldessar Castiglione, quella capacità che “nasconda l'arte” e ci faccia svolgere un lavoro progettuale “senza fatica e quasi senza pensarvi”) alla “biopolitica” (la capacità di condizionare i comportamenti delle masse abolendo la pensabilità di un'alternativa, in una sorta di totalitarismo dolce e consensuale) passando per quel "lasciapassare etico” che oggi cerchiamo con tanta insistenza per giustificare i nostri comportamenti. Si tratta di riflessioni utili per la costruzione di una propria visione della realtà e, conseguentemente, del progetto di architettura.

Pur essendo certamente di un libro teorico – sottolinea Manuel Orazi di Quodlibet – quello di Nicolin si inserisce nella tradizione italiana dei libri di teoria "fatti dagli architetti e non, ad esempio, dagli storici" e che permettono di orientarsi efficacemente nel vasto campo delle discipline progettuali.

Ci sono architetti che lavorano tutta la vita occupandosi di poche e precise questioni, scavando dentro le quali sviluppano una propria personale poetica – sostiene Cino Zucchi – ma ce ne sono invece altri che dimostrano una più agile “reattività” al mondo e ai suoi cambiamenti. Pierluigi Nicolin, per Zucchi, rientra decisamente nella seconda casistica, bilanciandosi con corretta equidistanza dall'ortodossia del “manifesto” e dal carattere transeunte della “cronaca”. Il suo lavoro come direttore di riviste è sempre stato caratterizzato da una libertà interpretativa che mantiene però una “aderenza alle cose” (citando “I limiti dell'interpretazione” di Umberto Eco), procedendo per alterne “infatuazioni” nei confronti dei diversi ambiti del sapere e ben lontana da una sistematizzazione storicista o da un deterministo storico di matrice hegeliana. Nessun carattere classificatorio “chiuso”, dunque, nel lavoro di Nicolin, come invece erroneamente verrebbe da pensare – ad un primo sguardo – leggendo il titolo del libro.

E, in effetti, per spiegare il significato del libro, Pierluigi Nicolin prende le mosse proprio dal titolo. Il termine “verità” si riferisce, in prima analisi, al rapporto tra finzione e autenticità in architettura, un tema evidentemente di estrema attualità. La verità a cui si fa riferimento si disvela “nelle cose” per alterne “illuminazioni” e si rapporta all'apparenza, nell'accezione greca di ???????. Non tanto una riflessione sull'"oggetto" verità ma una metodologia per la sua ricerca attraverso la critica del reale. E quindi anche la teoria, intesa invece nell'accezione di “theory” americana ovvero “arte dell'indefinito”, non è da intendersi come una costruzione sistematica ma come lo sviluppo di uno sguardo capace di “rompere” l'orizzonte e svelare la reatà delle cose celata dietro la loro apparenza. E qui, la distanza dal lavoro di figure come quella di Aldo Rossi, non potrebbe essere più grande.

La serata si conclude con una divertente e chiarificatrice esemplificazione metodologica: Nicolin commenta il corredo fotografico del libro, frutto di un suo viaggio nell'India meridionale, dove sono ripresi alcuni aspetti apparentemente insignificanti della vita quotidiana locale che, però, grazie a ciò che questo tipo di "sguardo" ci suggerisce, sono in grado di suscitare molteplici riflessioni. Come ad esempio quella foto in cui il massiccio corpo di un albero secolare, dal quale noi istintivamente saremmo portati a mantenere una zona di rispetto "recintandolo", diviene invece un luogo attorno a cui costruire, facilitati dalla sua grande mole. E' come se, in fondo, il nostro sguardo nascondesse sempre un'aspettativa dettata dalla nostra appartenenza culturale, dalla quale occorrerebbe momentaneamente emanciparsi proprio perché ci impedisce di cogliere la profondità delle cose: o detto più semplicemente, la loro "verità".

Alessandro Sartori

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