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Biblioteca degli Architetti

Un'architettura è un'architettura
30/10/2012

Lo scorso Giovedì 25 ottobre, in una partecipata cornice di pubblico, si è svolto l’incontro di presentazione del libro a cura di Silvia Malcovati “Una casa è una casa. Scritti sul pensiero e sull’opera di Giorgio Grassi”, edito da Franco Angeli. Il libro riunisce i contributi di allievi, collaboratori, illustri colleghi e critici di architettura che hanno avuto l'opportunità di lavorare con il noto architetto milanese: nasce come un omaggio alla carriera ma anche come un primo necessario momento di riflessione critica allargata sul pensiero e sull'opera di un architetto che ha portato avanti un'idea civile di architettura.

Al tavolo dei relatori erano presenti Silvia Malcovati, Pierluigi Panza e Cino Zucchi. Il Consigliere Maurizio Carones ha introdotto gli ospiti e svolto il ruolo di moderatore. Tra il pubblico, assieme alle numerose personalità accademiche, era presente Giorgio Grassi.

Dopo i saluti di rito, sottolineando la centralità del ruolo degli Ordini professionali nel trasmettere l’importanza del mestiere dell’architetto nei confronti della società civile, Maurizio Carones ha evidenziato l'aspetto “fondativo” del lavoro di Grassi, caratterizzato dalla coerenza – non comune – tra “le parole e le cose”, il cui valore è testimoniato dalla quantità e dall'eterogeneità dei contributi presenti nel libro e provenienti, oltre che dall'Italia, dalla Spagna, dalla Svizzera e dalla Germania.

In apertura il breve intervento di Silvia Malcovati ha illustrato la genesi del libro, nato sull'idea delle “Festschrift” tedesche, volumi che raccolgono scritti di studiosi per celebrare un grande maestro dell'accademia o per particolari ricorrenze. Il titolo è tratto da Moravia, “una cosa è una cosa”, secondo un processo associativo caro a Grassi che ha sempre "preso in prestito" dei titoli da altri autori per propri scritti: è accaduto nella "La costruzione logica dell'architettura" (1967) che si ispira alla "Costruzione logica del mondo" di Carnap (1928) o in "Architettura lingua morta" (1984) che deriva da "La scultura lingua morta" (1945) di Arturo Martini oppure ancora nel caso de "L'architettura come mestiere" (1974) che si lega ad "Arte come mestiere" (1966) di Bruno Munari fino all'ultimo, sorprendente, "Una vita da architetto" (2008) che riprende la canzone di Luciano Ligabue, "Una vita da mediano" (1999).

Ogni società ha una particolare affinità rispetto a determinate forme e l’analisi di questo rapporto – osserva Pierluigi Panza nel suo intervento, chiamando in causa Nicola Marselli de “L’architettura considerata in relazione alla storia del mondo” – è uno degli aspetti del lavoro di ogni architetto. Il punto di vista di Grassi, legato ad una concezione “razionale” della realtà di matrice hegeliana, si basa sulla convinzione che all’architetto sia connaturato un approccio "denotativo", in cui i riferimenti a regole condivise debbano essere predominanti rispetto agli apparati soggettivi. E' la costruzione logica dell'architettura, intesa come disciplina autonoma, che, attraverso un processo razionale, deve guidare il mestiere. E qui Panza lancia una provocazione: se, per citare Enzo Paci, gli “statuti autonomi devono trovare nel mondo della vita una loro nuova ragion d’essere”, come può l'architettura, con le sue leggi interne, bastare a se stessa? Può essa rimanere impermeabile alle contaminazioni della contemporaneità, dove la soggettività sembra prevalere in maniera schiacciante rispetto agli elementi condivisi? L'importanza di figure come Giovanni Battista Piranesi, ad esempio, sta proprio in ciò che rappresenta un’eversione alla regola, come ci insegna la lettura tafuriana del suo lavoro, non certo nelle costanti rispetto ai suoi contemporanei. D'altronde, secondo la “teoria del rispecchiamento” di Lukács per la quale ogni arte è manifestazione di una diffusa idea del mondo al quale appartiene, anche il mestiere dell’architetto non sembrerebbe facilmente sottrarsi al dominio dello “Zeitgeist della consumer city”.

Cino Zucchi invece evidenzia uno dei meriti che Giorgio Grassi e, assieme a lui, Aldo Rossi hanno avuto nel superamento del metodo “scientista” moderno: in momento storico in cui – a causa di un perdurante pregiudizio ottocentesco – parlare della “forma” significava essere tacciati di formalismo, in quanto essa doveva necessariamente derivare dal susseguirsi logico di parametri funzionali e costruttivi, loro hanno reintrodotto il tema con un approccio del tutto nuovo, mettendolo in relazione con la tipologia, intesa come lo studio di quelle invarianti che, con le rispettive modalità aggregative, concorrono a definire la morfologia urbana. Dalla città concepita come “processo”, dal quale è possibile derivare meccanicamente le regole per la sua formazione e conseguentemente regolarne lo sviluppo, si è così passati alla città intesa come “manufatto”, da studiare analiticamente per trarne riferimenti di progetto. Questo passaggio – fondamentale – permette di superare il “funzionalismo ingenuo”, per usare le parole di Aldo Rossi, e pone le basi per gli importanti studi tipologici e di morfologia urbana che hanno caratterizzato tutti gli anni Sessanta in Italia. Questo è certamente uno degli aspetti rilevanti del lavoro di Grassi, che Zucchi definisce come architetto sia “a-storico”, per via del suo ostinato riferirsi ai principi “elementari” del costruire, sia “tedesco” per la sensibilità verso la sincerità costruttiva che nel suo caso si unisce al tema del rapporto con la città.

Alla fine degli interventi dei relatori, è il momento di Giorgio Grassi. Rispetto alle questioni mosse da Panza, Grassi ribadisce come l'obiettivo del suo lavoro sia sempre stato connesso all'architettura costruita e mai alla speculazione teorica: i suoi ragionamenti hanno sempre avuto come ultimo fine quello del “fare” e così dovrebbe essere per chi ambisce a fare il mestiere dell'architetto. La teoria serve per chiarire le leggi interne ed autonome dell'architettura, le cui uniche variazioni sono derivate dagli interpreti, ovvero gli architetti stessi.

Numerosi gli interventi dal pubblico, il primo a richiedere la parola è Luciano Patetta che sottolinea il carattere “straordinario” del libro, nel senso letterale di “extra-ordinario”. Non è in effetti semplice trovare un architetto contemporaneo sul quale decine di persone siano disposte e riescano a scrivere cose così diverse e ricche di significati, visto che oggi persino le opere più importanti costruite nei punti nevralgici delle nostre città sembrano troppo spesso rinunciare a riflettere sui grandi temi dell'architettura. Al di là del mero dato descrittivo, è difficile scrivere qualcosa di significativo sulla grande maggioranza delle architetture contemporanee: laddove dovrebbe esserci architettura – citando Camillo Boito – prevalgono “una sequenza illogica di forme, una diversa dall'altra”, frutto del capriccio, che sembrano annegare nel "frastuono" generale delle forme.

Per comprendere appieno una figura come quella di Grassi – aggiunge Jacopo Gardella – è in effetti necessario analizzare non solo ciò che ha fatto ma soprattutto ciò che ha scelto di non fare: è il caso della nuova sede della Cassa di risparmio di Firenze dove, ad esempio, si assecondano in maniera esemplare i forti caratteri della città fiorentina anzichè negarli attraverso architetture vanamente "appariscenti". Anche Giovanni Spalla, da urbanista, sottolinea che proprio il rigore razionale e il carattere civile dell'opera di Grassi gli sono serviti da esempio per “resistere” alle istanze della speculazione.

D'altronde “Un'architettura è un'architettura”, verrebbe da dire: una cosa seria, che esprime  la fatica del suo costruirsi, il suo significato e la sua necessità. E – in effetti – il bel titolo del libro aveva già detto tutto.

Alessandro Sartori

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