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Biblioteca degli Architetti

Un libro "civile"
13/09/2012

Giovedì 4 Ottobre alle ore 18.30 presso la sede della Biblioteca dell’Ordine si è svolto l’incontro dedicato al libro “Bespoke/su misura” edito da Librìa. Si tratta di un volume che illustra i progetti di un gruppo di giovani architetti formatisi nel clima culturale milanese. Presenti al tavolo dei relatori Mauro Galantino, Italo Lupi e Pier Paolo Tamburelli.

A fare gli onori di casa era presente Franco Raggi, che ha aperto la discussione prendendo spunto dall’introduzione del libro, dove si sostiene che il mestiere dell’architetto abbia sofferto in un passato recente di uno svuotamento dei suoi saperi tecnici e costruttivi: in effetti questo è testimoniato dalla sfumatura negativa che era attribuita al termine “professionista”, considerato un "tecnocrate al servizio del potentato economico". Oggi va riconosciuto che, a superamento di una certa fase ideologica, questa "patina" dispregiativa è stata in larga parte dissolta, complice una progressiva - anche se oscillante - ricostruzione di un sapere tecnico. Raggi conclude l'introduzione evidenziando come molto progetti presenti nel libro indaghino il rapporto tra tecnica e poesia, tra forma e struttura, tra tradizione e innovazione tecnologica che riguardano appunto la sfera dei saperi "tecnici".

Il primo a prendere parola tra gli ospiti interpellati è Italo Lupi che sottolinea la scelta – inusuale per un gruppo di giovani architetti – di voler utilizzare la carta, invece del web, come strumento per comunicare il proprio lavoro. Traspare dal libro una volontà di ricostituire un’identità dell’architettura italiana che si è ormai dissolta e che per Lupi non può più essere ricomposta, in quanto non esiste più un dibattito condiviso su temi specifici. A questo proposito, Lupi cita la celebre querelle sul rapporto tra architettura e luogo - nucleo della teoria sulle "preesistenze ambientali" - che ha coinvolto Rogers, Argan e De Carlo sulle pagine di Casabella durante gli anni Cinquanta del Novecento.

Riguardo invece al presunto eccesso di teoria rispetto alla prassi a cui si accennava nell'introduzione del volume e che avrebbe caratterizzato il recente passato della professione nel nostro paese, Mauro Galantino evidenzia come la teoria – se è buona teoria - sia ontologicamente inscindibile dalla prassi: la teoria serve a chi progetta come supporto che sostanzia l’opera. Albert Einstein ha dichiarato di aver scoperto la relatività perché gli “serviva un’unità di misura”; allo stesso modo si potrebbe chiamare in causa la celebre metafora di Carlos Martì Aris della centina e l'arco, dove la prima, strumento necessario alla costruzione del secondo, pur scomparendo una volta che l’opera è completata, è necessaria alla sua realizzazione. La teoria, dunque, ci serve per creare le nostre opere, ma una volta che queste vengono costruite, non lascia traccia.

Sempre Galantino sottolinea anche il senso della misura delle opere illustrate nel libro, che non “mostrano le giarrettiere” pur essendo ben costruite, al contrario di molte architetture contemporanee che esibiscono gli sforzi strutturali o i contenuti impiantistici cercando di derivare da essi un linguaggio.

Pier Paolo Tamburelli definisce il libro “civile” e “corretto”, un'opera dagli intenti chiari ma non "chiassosa", dove è evidete l’amore per la piccola scala e l’artigianalità del lavoro. Questa affermazione lascia spazio alla polemica sulle scarse opportunità offerte dallo scenario professionale italiano: nel nostro paese la piccola scala non sembra costituire una libera scelta ma l'unica possibilità praticabile. Un obbligo, in fin dei conti, in quanto il mercato edilizio non offre alcuna chance ai giovani architetti di partecipare alle macro-trasformazioni su vasta scala che pure coinvolgono Milano e altre grandi città italiane, oppure di ricevere incarichi per edifici pubblici di rilievo. Sempre più spesso - si rammarica Tamburelli - bisogna "accontentarsi" delle ristrutturazioni di interni.

Nel dibattito che segue l’urgenza che sembra emergere corrisponde alla volontà - tenacemente portata avanti da questo gruppo di giovani architetti milanesi - di trovare dei luoghi di discussione, per condividere le problematiche del mestiere e trovare nuovi segmenti di mercato dove operare in un momento di generale crisi professionale. E quest'urgenza di esplorare nuove strade, laddove quelle già battute non hanno dato esiti soddisfacenti, non ha altro fine se non quello di tornare - banalmente - a svolgere con serietà il proprio mestiere di architetti.

Alessandro Sartori

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