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Serate di Architettura

Gio Ponti: La modernità dolce del design domestico
26/10/2011

Perché design domestico e Gio Ponti?
Franco Raggi
con persistente puntualità e curiosità ci presenta un Gio Ponti “anomalo, indipendente, autonomo, fin solitario, rispetto alle avanguardie che hanno attraversato il ‘900. Fautore di una modernità dolce, mediterranea, di segno opposto al razionalismo integralista”.
Un uso di materiali ibrido e originale, fin bizzaro –dice- agli occhi dei suoi contemporanei. Un razionalismo umanista, che lo contraddistingue tra i primi art director dell’identità aziendale, tout court.

Pretesto al dibattito è l’iniziativa del gruppo Molteni di investire sulla memoria di questo maestro mettendo in produzione alcuni suoi mobili, espressamente disegnati per alcune sue architetture.
Da cui, tra i temi sollevati, il diritto d’autore e il senso della ‘copia’ del design d’autore.



L’intervento dei diversi ospiti invitati è puntualmente preceduto da una serie di video curati dalla brava Francesca Molteni e dedicati ai diversi aspetti del lavoro di Gio Ponti, attraverso testimonianze della famiglia e dei suoi collaboratori. Emerge un personaggio rigoroso, severo, anzi: di allegra severità, come testimonia la figlia Lisa.

Fulvio Irace, sollecitato da Raggi a parlare dell’attualità della figura di Gio Ponti,  cita l’editoriale di Domus “l’arte si è innamorata dell’industria”, dove due attività fino ad allora distinte trovano attraverso questo autore una grande intesa, per parafrasarla e poter dire, di rimando, come l’industria si sia innamorata di Ponti.
Nel vantare la prima monografia dedicata a Gio Ponti, edita nei ‘Documenti di Architettura’ di Electa del ’97, considerato un successo editoriale, considera di aver avviato l'impennata di interesse che si è riversato sull'architetto, anche se da parte del mondo dell’informazione, più che della critica.
Ricorda poi come Germano Celant consideri Gio Ponti anticipatore di Gehry provetto san Giorgio sicario del drago razionalismo.
Sottolinea come la presunta faciloneria e semplicità del gesto non sia frutto dell’estro a ruota libera dell’artigiano artista, bensì di una radicata cultura Politecnica, fondata sul poter fare, contro ogni ubbia.
Un grande ottimismo della volontà, mai nostalgico, volto al futuro, proprio come l’industria.
Al contrario di Pagano –che lo definiva 'utile sciocco'- Gio Ponti distribuisce complimenti ai Piacentini come ai Terragni, capace di riconoscere la felicità del gesto architettonico senza pregiudizi storicistici. Per questo forse inviso ad una critica militante che, a dirla con Gabetti, identifica come architetti milanesi Muzio e Ponti: il primo dei preti, il secondo dei borghesi.


Questo ecumenismo delle arti, a dirla con le parole di Franco Raggi, vede nella casa una utopia realizzata: priva di griglie metodologiche o di stile facilmente classificabile, di consumabilità felice.

Una forza innovativa di oggetti che nella figura, nella tecnica e nell'identificazione col proprio tempo diventano archetipi.

Allora la riedizione può avere un senso. domanda che gira ad Alessandro Mendini, che risponde per video, impossibilitato ad intervenire.
Lo studio filologico se trasferito in una azienda è, a suo dire, triste. Il mercato del lusso di cose straordinarie ne tradiscono l’anima –anche dal punto di vista tecnico.
Un gioco delle finzioni: mobili non falsi, ma finti, perché perdono la verità, come la riedizione della 500 o del Maggiolino: da auto popolari a oggetti di lusso.



Carlo Guglielmi, intervenendo come presidente di Indicam - Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, mette al centro il tema dei diritti d’autore e della sua applicabilità.
Copia o contraffazione per lui non fa differenza: bisogna picchiar duro chi non lo rispetta. Anche se poi, essendo il diritto d’autore protetto rispetto al valore ‘artistico’ (la legge dice proprio così) del prodotto, la sua tutela entra fatalmente nella sfera del soggettivo. Insomma, non esistono risposte drastiche, e lui si che se ne intende se, col cappello questa volta di presidente di FontanaArte, è costretto per problemi normativi a metter mano ai progetti di lampade storiche dei suoi designer, Gio Ponti compreso.

In compenso, con una schiettezza tutta brianzola, Carlo Molteni racconta come si sia semplicemente entusiasmato nel vedere alcuni di questi mobili a casa del fotografo Paolo Rosselli (figlio di Alberto Rosselli, che fu socio di Ponti insieme a Antonio Fornaroli) tutt’uno col decidere di metterli in produzione, studiando i dettagli sia attraverso i disegni dell’Archivio Ponti che gli oggetti dal vero.
Disegni che non vanno letti come se di un autore qualsiasi, ma ‘alla lettera’, perché si riesca a cogliere il senso dell’esito finale.
L’intenzione poi non è certo fare pezzi di lusso, ma prodotti industriali. Per quanto i prodotti del gruppo Molteni non possano certo considerarsi prodotti di massa.


All’archivio ed al suo responsabile, Salvatore Licitra, Franco Raggi chiede che fare di fronte al saccheggio dell’immagine del personaggio.
Una eredità enorme, di cui Licitra si sente rappresentante per i diversi parenti, sottoposta a richieste pazzesche, prevalentemente straniere. Una impennata avvenuta dopo il 2000, quando Gio Ponti venne in qualche modo designato  tra i rappresentanti del secolo, ed il compito dell’archivio è dare spazio a queste richieste.
Richieste che prevalgono riguardo disegni e immagini di progetti di  design piuttosto che d’architettura, una lacuna che Licitra invita la critica a colmare.


L’incontro si chiude sulle immagini video della Concattedrale di Taranto, ultima opera di Gio Ponti, inno alla luce, composta da una facciata a vela di 53 metri, le cui finestre bucate sull’azzurro del cielo  si riflettono nell’acqua delle vasche -ahimè oggi vuote e che necessiterebbero di un restauro accurato- che compongono la piazza: perché, come diceva Gio Ponti, “la luce esclude ogni altra materia”.

Francesco de Agostini

Scarica il comunicato stampa .PDF

Scarica l'invito del 20 Ottobre .PDF

Scarica l'invito del 27 Ottobre .PDF

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